Colo Froddi, Colo Nardoni, Sicario,......., Cte Bertola, Cre Minardi
- Titolo alternativo
- Fazzoletto della Gran congiura del 1847
- Storia dell’oggetto
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Messaggi intessuti
I fazzoletti furono tra i più comuni oggetti patriottici “portabili” del lungo 1848. Più di altri indumenti, assicuravano una estrema versatilità, unita ad una apparente dissimulazione: li si poteva annodare al collo o issare su bastoni, tenere in tasca o agitarli con la mano; soprattutto, costavano poco e chiunque poteva dunque procurarseli con facilità. Cosa più importante, indicavano la posizione dell’individuo che li indossava, erano gli attributi del kit del patriota militante. E ce n’erano per tutti i gusti e le tendenze politiche del momento, simboleggiate dagli elementi decorativi che li componevano (ritratti, testi, colori) e dai grafemi che riportavano gli slogan del tempo («Viva Pio IX», «Viva Carlo Alberto», «Indipendenza italiana», «Guardia civica», ecc.). Le polizie di tutta la penisola ne erano ben consapevoli, tanto da sequestrarne interi lotti alle dogane e registrarne gli usi, tra volontà repressiva e impotenza operativa. Un esempio paradigmatico è un fazzoletto conservato oggi dal Museo del Risorgimento di Genova, che accoglie anche una delle più ricche raccolte di questo tipo di manufatti oggi esistente. Acquisito all’inizio degli anni Cinquanta del XX secolo tramite vendita da un privato, questo fazzoletto è il solo sopravvissuto di una produzione che dovette essere in serie e di massa, come molti dei suoi fratelli di stoffa.
Un racconto di stoffa
La storia ricamata su questo fazzoletto ne connota il significato peculiare e cronologicamente ben definito. Invece dei popolari ritratti di sovrani riformatori al centro della composizione sta una scena corale: un gruppo di individui riuniti in una stanza in atteggiamento esplicitamente cospirativo. Sono sei in tutto: uno seduto a un tavolo con in mano un sacco di monete, circondato da tre individui dall’aria minacciosa; altri due personaggi in abiti militari sono raffigurati di spalle ad una finestra, defilati dal gruppo. Completano la scena alcuni oggetti: un foglio sul tavolo con incisa la data «17 luglio», alcune armi tra cui degli stiletti con la lama contrassegnata dallo slogan «Viva P[io] IX»; un baule recante una targhetta, la cui scritta illeggibile reciterebbe «Al Sig. Conte Bertola»; il quadro di una maschera carnascialesca appeso al muro, che ricopre l’intera scena di un non tanto implicito velo di ironia. Tutta la rappresentazione è incorniciata da bande colorate che completavano la connotazione e rimarcavano il senso del messaggio: a cerchi concentrici venivano rappresentati il tricolore italiano (rosso, bianco e verde) e la bandiera dello stato pontificio (bianca e gialla). Gli unici grafemi presenti erano quelli di una didascalia che accompagnava la scena – che fornisce il titolo descrittivo dell’oggetto – «Colo Froddi [sic], Colo Nardoni, Sicario,......., Cte Bertola, Cre Minardi». Sono i nomi dei protagonisti del disegno: i tenenti colonnello Stanislao Freddi e Filippo Nardoni dei carabinieri pontifici, alla finestra; un anonimo assassino con in mano lo stiletto del «Viva P[io] IX»; il sedicente conte Severino de’ Giorgi Bertola, presunto finanziatore dell’azione; il «Cavaliere» Giovanni Minardi, un faccendiere con la fama di spia della polizia. Solo il gesuita – identificabile dal cappello a larghe tese – non viene nominato.
La congiura ricamata
La storia raccontata in questo disegno illustra un arruolamento: il gruppo eterogeneo di individui sta reclutando un «sicario» consegnandogli delle armi. Si allude infatti a una congiura. Non una cospirazione reale, ma un complotto immaginato che avrebbe dovuto avere come vittime designate nientemeno che il papa Pio IX e il popolo romano. Il 17 luglio 1847, giorno fissato per una solenne festa in onore del nuovo pontefice e anniversario della pubblicazione dell’editto di «perdono» che aveva inaugurato il regno di Giovanni Maria Mastai Ferretti, i presunti cospiratori avrebbero dovuto provocare una strage del pubblico intento a festeggiate il suo sovrano. Le voci e le accuse di complotto si erano diffuse nelle settimane precedenti. Erano il sintomo delle ansie suscitate nel frastagliato movimento sorto intorno alla nuova politica di Pio IX: la paura di una svolta conservatrice che mettesse fine all’esperimento politico riformatore si era impadronita delle menti di molti. Sui muri di Roma e delle altre città dello Stato pontificio erano cominciate a circolare liste di proscrizione, cioè elenchi di personaggi accusati di agire nell’ombra contro la politica del papa «liberale». L’accusa si era generalizzata e alcuni individui, legati alle politiche repressive del pontificato precedente o semplicemente sospetti all’occhio del pubblico, vennero perseguiti dalla folla e infine assicurati all’autorità politica legittima, che dimostrò di prestare credito alle accuse. I singoli episodi non si limitarono ai conflitti locali. Trovarono credito nell’opinione pubblica italiana ed europea, e così le accuse contro i presunti cospiratori si allargarono fino a comprendere alcuni cardinali, l’ordine dei gesuiti e l’Impero d’Austria, che con improvvida coincidenza proprio in quell’estate si apprestava ad occupare la cittadella di Ferrara, nelle Legazioni pontificie. La faccenda diede origine ad una classica teoria della cospirazione: anche se la «grande congiura» non esisteva, si credette alla sua realtà. Ma gli eventi immaginati hanno la paradossale qualità di produrre effetti reali. In questo caso, gli effetti furono anche materiali: la fabbricazione di un fazzoletto che riportava la scena del presunto arruolamento nella congiura, al fine evidente di mettere in circolazione la denuncia di complotto e farne un attributo del militante per il risorgimento nazionale sotto gli auspici di Pio IX.
Il montaggio e il dettaglio
Sappiamo molto poco degli usi che i patrioti fecero di questo indumento. Probabilmente non furono diversi da quelli delle altre tipologie di fazzoletti: erano oggetti portatili che svolgevano una funzione dimostrativa e simbolica, strumenti da ostentare in pubblico o in privato. In questo caso, il messaggio era antifrastico: si indossavano le figure dei nemici come aperta accusa e monito sarcastico rivolto alle forze reazionarie contrarie al moto riformista e patriottico. Possiamo però datarlo con buona approssimazione, perché il disegno che ne costituisce il centro narrativo è in realtà la riproduzione di una incisione anonima che iniziò a circolare a Roma alla fine di agosto del 1847. Una delle versioni dell’incisione oggi rimaste riportava una legenda esplicativa, aggiunta in inchiostro: «1 T.te C.lo Freddi, [2] T.te C.lo Nardoni, 3 Sicario che si arruola, 4 Gesuita 5 C.te Bertola 6 Minardi C.re quadro allegorico» <Link> Come era accaduto a molti disegni del tempo, l’immagine dell’arruolamento dei congiurati del 1847 circolò su diverse piattaforme mediatiche. Avvenne così che qualcuno pensò di riprendere l’incisione per decorare un fazzoletto prodotto in serie, contribuendo così a diffondere il messaggio che denunciava la realtà inventata di un complotto contro il papa e i romani. È probabile che la fabbricazione dell’oggetto fosse di origine francese, almeno a giudicare dalla spia ortografica del refuso contenuto nella didascalia – «Frodde» per «Freddi»: l’inversione della «e» in «o» era comune tra gli stampatori francofoni che dovevano comporre per il mercato italiano. Il messaggio doveva comunque invecchiare presto. Passata la sindrome del complotto, quella storia finì per risultare poco comprensibile, inibendo nuovi usi per altre stagioni di attivismo politico.
- Produzione
- Anonimo
- Tipologia di oggetto
- Tessuti
- Anno
- 1847
- Periodo
- Lungo Quarantotto
- Formato
- Seta con bordo tricolore, 82 x 93,5 cm
- Fonte
- Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento, Genova
- Parole chiave
- Fazzoletti
- Autore
- Ignazio Veca
