Croce tricolore di Alessandro Gavazzi con medaglietta di Pio IX
- Storia dell’oggetto
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Crocesignati
Durante le rivoluzioni del 1848, la militanza di uomini e donne era incorporata nei manufatti che venivano da loro prodotti e usati, oggetti portatili che fungevano da segni propagandistici e marcatori identitari sulla scena pubblica. Nella vasta selva di simboli mobilitati spiccavano quelli adottati dai volontari che imbracciarono le armi per combattere la guerra d’indipendenza contro l’Impero austriaco. Quel conflitto venne interpretato e vissuto da molti come una guerra santa, cioè un conflitto legittimato dalla religione, che chiamava gli individui al sacrificio e al martirio nel nome degli ideali nazional-patriottici. Conseguentemente, la lotta si caricò di significati trascendenti, richiamando la memoria delle vecchie guerre di religione e in particolare della crociata contro gli infedeli. Fu così che i volontari della guerra d’Indipendenza presero a identificarsi con i crociati medievali. Fecero di più: inscenarono vere e proprie azioni di rievocazione militante, appuntando sul proprio petto croci di stoffa o di altro materiale. Erano oggetti semplici e di spesso rudimentale fattura, di colore rosso, tricolore o bianco e giallo (i colori delle insegne pontificie). Queste pratiche non erano solo spontanee manifestazioni di una diffusa cultura bellica intrisa di memoria rimodellata, ma parte di un discorso mobilitante che veniva legittimato e incentivato anche da molti ecclesiastici.
Un nuovo Pietro l’Eremita
Nella cultura ecclesiastica del tempo, la legittimità dell’appello alla crociata era sottoposta al formale bando da parte della massima autorità riconosciuta, cioè il papa. I volontari che segnarono i propri indumenti con la croce lo fecero nella convinzione che Pio IX avesse benedetto la loro causa, come nel Medioevo aveva fatto Urbano II nel celebre appello di Clermont-Ferrand. L’immaginario romantico aveva intensamente ripensato a questo episodio, facendo dei protagonisti di quelle vicende – il papa e il predicatore Pietro l’Eremita – altrettanti modelli di comportamento. Nel 1848 la rievocazione fu messa in atto da tanti oratori, laici ed ecclesiastici, forzando i margini di ambiguità della posizione di Pio IX nei confronti della guerra d’Indipendenza. Fra tutti, un ruolo preminente fu giocato da Alessandro Gavazzi (1809-1889), il barnabita bolognese che in quegli anni infuocò i pulpiti e le piazze con le sue accese arringhe in favore della causa patriottica e in esaltazione del nuovo papa «liberale». Giunto a Roma, Gavazzi si era speso nella mobilitazione dei volontari pontifici pronti a partire per i campi di Lombardia. Oltre a predicare, il 23 marzo 1848 era comparso ad un grande raduno al Colosseo con una croce tricolore sul petto chiamando alla armi per la guerra santa, all’urlo «Dio lo vuole!»; di più, poco dopo si recò in udienza privata da Pio IX e ne uscì dichiarando di aver ricevuto la benedizione papale, l’autorizzazione ad indossare la croce e ad agire come «cappellano maggiore della crociata». La forzatura di Gavazzi – il papa si era guardato dal benedire pubblicamente le truppe in partenza – era una mossa propagandistica decisiva. Gli usi dell’immagine di Mastai Ferretti in quegli anni furono molteplici: andavano dal decoro encomiastico alla propaganda sovversiva, passando per l’illustrazione fisiognomica dei tratti tipici della cultura della celebrità. Come recitava sarcastica una delle prime satire del fenomeno: «E grandi e piccini, / Tartuffi e zerbini, / Fanciulle vezzose, / Vecchiette grinzose, / Patrizi, plebei, / Cattolici, ebrei, / Armati, togati, / Ricconi, spiantati, / E zingari e zotici, / E monache e frati, /Scolpito e dipinto / Sul petto , sul cinto, / Dipinto e scolpito / Al collo, nel dito, / Ben fatto o mal fatto, / L’augusto Ritratto / Del nuovo san Pietro / Davanti e di dietro, / Più bello o più brutto, / L’avean dappertutto» (P. Pancaroni, Prete Cio. Leggenda, Palermo, s.n., ottobre 1848, pp. 5-6). Come nella predicazione, così nell’abbigliamento la figura di Pio IX fu associata dal barnabita alla guerra d’Indipendenza per trasformarla in una crociata.
Il distintivo di frate Alessandro
Con inventivo bricolage, Gavazzi si era fabbricato un proprio amuleto con cui sugellare le sue performance oratorie al servizio della resurrezione della patria italiana. Aveva incastrato una medaglietta devozionale con il profilo del pontefice in una croce di velluto tricolore. Il ritratto del papa era circondato dall’iscrizione «Pio IX Pont.[ifex] Max.[imus]». Sul verso, i busti dei santi Pietro e Paolo sormontati dalla colomba simboleggiante lo spirito santo e il luogo di conio «Romæ». Era un oggetto di devozione assai diffuso a quel tempo. Solo nei primi anni di pontificato le stesse tipologie di medagliette contavano un numero imprecisato di soggetti: si andava dalla celebrazione della Lega doganale con il busto anche di Carlo Alberto, alla commemorazione delle Cinque Giornate di Milano del marzo 1848. La sola cosa che le accomunava era il profilo inconfondibile del papa. Di esemplari con i santi Pietro e Paolo – apparentemente sprovvisti di messaggi politici – ne circolarono molti, con lievi differenze nel cartiglio e nella disposizione iconografica. A caricare di senso politico l’oggetto ci pensò Gavazzi, non diversamente da molti altri attori del Lungo Quarantotto che si trovarono a maneggiare e scambiare questi piccoli oggetti devozionali. La declinazione che vi infuse può essere desunta tanto dalle parole che pronunciò come predicatore della crociata contro lo straniero quanto dalle performance reali e figurate che interpretò. Almeno due litografie del 1848 lo ritraggono proprio con la sua stravagante croce frecciata. Un incisione a bulino stampata a Bologna da Giuseppe Roversi ce lo mostra in abito barnabita, il capello lungo e sciolto e la croce appuntata sul petto, con il ritratto del papa ben delineato. La didascalia lo descrive come «Angiol d’Italia» al fuoco dei cui «divi accenti» tutti gli italiani «arsero», poiché quelle parole onoravano «il Vangelo e Libertade». Il nesso tra la lotta per la libertà della patria e il testo sacro del cattolicesimo era plasticamente rappresentato da un’altra litografia stampata in onore degli studenti romani che avevano seguito con passione le omelie del barnabita. Questa volta l’evocazione simbolica veniva scomposta: il ritratto di Gavazzi, corpulento e ammiccante, recava la croce frecciata, ma il volto di Pio IX si era spostato su un busto di gesso che poggiava su una carta geografica della penisola; un volume del Vangelo poneva il suggello alla composizione <Link 5>. Il complesso campo semantico che l’oggetto attivava doveva essere chiaro agli attori del tempo: il cappellano Gavazzi era il mediatore tra il papa e i membri della comunità nazionale, portando tra loro la legittimazione pontificia, ostentata sul petto per sineddoche nella sua speciale croce piononesca; la causa per la quale i patrioti italiani si battevano era santa, in quanto la sua legittimità discendeva dal piano trascendente che la figura numinosa del sovrano pontefice garantiva. Quel distintivo era un amuleto e una reliquia, ed era anche un lasciapassare che apriva l’esperienza di guerra dei patrioti ad una forma di sacralizzazione autenticata: se Pio IX lo voleva, allora lo voleva anche Dio; il patto tra mondo terreno e mondo ultraterreno era validato dal volto sorridente di Mastai Ferretti.
- Produzione
- Anonimo
- Luogo
- Stato della Chiesa (Bologna)
- Anno
- 1848
- Periodo
- Lungo Quarantotto
- Formato
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Croce in velluto colorato
Altezza: 12,3 cm
Large: 9,2 cm -
Medaglia in bronzo dorato
Altezza: 24mm
Diametro: 15mm
Forma: ovale - Parole chiave
- Celebrità politiche
- Pio IX
- Accessori
- Medaglie e monete
- Reliquia politiche
- Autore
- Ignazio Veca







