Corazzate terrestri

Il carro armato nasce come risposta diretta al dilemma della trincea nel contesto della Prima guerra mondiale e come tentativo di trasportare sulla terra le tattiche e i mezzi della guerra marina. Non è dunque un caso che la ricerca sulle “navi di terra” inizi nel Regno Unito nel 1915, su impulso dell’allora Primo Lord dell’Ammiragliato Winston Churchill.

Nel settembre 1916 i primi “tank” (così chiamati perché il loro nome in codice durante lo sviluppo era “cisterne d’acqua” – water tanks) furono impiegati sul fronte occidentale. Il cingolato, ispirato ai trattori agricoli, doveva permettergli di navigare nel fango della terra di nessuno e ignorare il filo spinato. La forma oblunga doveva permettergli di superare buchi nel terreno e trincee. L’armatura doveva respingere il fuoco nemico e fornire copertura all’avanzata della fanteria.

Il ragionamento seguito in un contesto di guerra stazionaria come quello del primo conflitto mondiale era: se la trincea non può essere conquistata, può essere travolta. Se la marina, come molti pensavano, era l’arma fondamentale per il dominio mondiale, perché non costruire una flotta terrestre? L’idea era già stata del romanziere H.G. Wells che, ne “Le corazzate terrestri” (1903), raccontava di mostri alti 30 metri, “strutture d’acciaio lunghe, strette, montate su otto paia di ruote cingolate” capaci di ignorare l’ostacolo della trincea e sterminare gli occupanti. A partire da qui, l’immaginazione portò a elaborare una miriade di idee innovative e spettacolari per la costruzione di nuovi modelli di carro armato.

Il giro incrociatore elettrico – per esempio – si sarebbe mantenuto in equilibrio “come un ciclista” grazie a un enorme giroscopio interno alla ruota anteriore. Armato di 6 cannoni, avrebbe addirittura raggiunto i 55 metri di altezza e le 20.000 tonnellate di peso. Per questo gigante, operato da pochi uomini, “le valli saranno trincee e le colline saranno fortezze”.

Simile l’idea della costruzione di un “giro-elettrico”, la cui struttura esterna sarebbe stata una ruota d’acciaio del diametro di “appena” 13 metri, pensata per attraversare la trincea longitudinalmente e sparare dall’alto sui suoi occupanti. Alle estremità dell’asse centrale vi sarebbero state due postazioni corazzate, armate di cannone, mentre al centro una cabina avrebbe ospitato il pilota.

Il distruttore gigante proposto su “Popular Science” (1916) invece avrebbe avuto tre ruote e, fedele al suo nome, non avrebbe avuto bisogno di armi da fuoco: il suo scopo sarebbe stato quello di travolgere tutto sul suo cammino. Le ruote sarebbero state alte 65 metri e delle catene fissate all’asse delle due ruote frontali avrebbero assicurato che nulla potesse sfuggire al suo passaggio.

Il super tank proposto su “Electrical Experimenter” (1918) era invece una torre retrattile composta da cilindri concentrici di acciaio e montata su un veicolo motorizzato. Gonfiando una camera ad aria interna ai cilindri la torre si sarebbe eretta, pronta a sparare con le proprie mitragliatrici, lanciafiamme o proiettili a gas.

Nel 1926  “La Domenica del Corriere”  immagina invece dei mini carri armati, quasi delle armature meccanizzate, che avrebbero combattute la "guerra dell'avvenire"

Durante la seconda guerra mondiale il carro armato sarebbe diventata un'arma fondamentale. Questo non impediva di immaginare nuovi utilizzi e funzioni, ad esempio come mezzo anfibio.  “Popular Science” (1943) presenta  un carro armato – denominato “Roller” – che avrebbe avuto due grandi ruote emisferiche scanalate e una ruota posteriore sferica. Tutte e tre le ruote sarebbero state vuote e stagne, con l’obiettivo di rendere questo mezzo agile sulla terraferma e galleggiante in acqua. Infatti questo particolare carro armato era “progettato per raggiungere la velocità di un’automobile, affrontare terreni difficili […], ruotare con la stessa facilità di una sedia da ufficio e raddrizzarsi automaticamente in caso di ribaltamento”. Nel conflitto sarebbe stato “Destinato al combattimento, alla ricognizione e all’invasione marittima”. Simile l’idea di usare dei cingoli galleggianti per realizzare un carro armato anfibio, capace di attraccare sulla spiaggia, guidato tramite un timone di tipo convenzionale.

“Popular Mechanics” (1940) propone la realizzazione di un tank anfibio in grado di muoversi su qualsiasi tipo di terreno (paludi, neve, ghiaccio, acqua e colline impervie) . Seppure inteso come tecnologia civile, viene rimarcato chiaramente che un “adattamento del progetto lo renderebbe una fortificazione militare mobile”. Un’ulteriore idea – avanzata su “Popular Science” (1943) – riguarda l’impiego di veicoli corazzati dotati di una torretta armata con mitragliatrici. Tali apparati sarebbero potuti servire a diversi scopi, come proteggere l’avanzata della fanteria, abbattere gli aerei nemici, difendere ponti e capolinea ferroviari.

L’immaginario tecnologico va spesso di pari passo con la propaganda. Sia su “L’Illustrazione Italiana” che su “La Domenica del Corriere” (1940), infatti, si cercava di provare il terrore del nemico britannico di fronte ai raid tedeschi e alla minaccia di un’invasione. In entrambe le riviste si rappresentava un “colosso mostruoso metà nave e metà carro armato, greve di corazze ed irto di cannoni, scortato da nugoli di aeroplani” che “esce dalle onde della Manica e a forza di cingoli si arrampica sul suolo inglese”. Si diceva che questa raffigurazione proveniva “dalla spaventata fantasia di un disegnatore londinese” e che  “dimostra chiaramente dove sia andata a finire la famosa calma britannica”. Ma il presentarlo al pubblico italiano stimolava la fantasia fantascientifica di quest' ultimo e intendeva rassicurarlo sulle capacità sovraumane dell'alleato tedesco. 

Scritto da Federico Mazzini e Alberto Bordignon